Il Convento di San Filippo d'Argirò è situato a circa 3 km ad est del centro abitato di Cinquefrondi (RC), sul declivio di una collina a nord del torrente Sciarapotamo, ad una quota di circa 350 m s.l.m. La zona in cui si trova non è di facile accesso e ricade nel territorio compreso tra Cinquefrondi e Anoia Superiore. La posizione, riparata e nascosta, è comunque suggestiva per la vista dell'antistante Piana di Gioia Tauro. Il fronte principale è orientato verso ovest. Di esso rimangono imponenti ruderi, visibili in parte dalla superstrada Jonio-Tirreno.

Le notizie storiche accreditate riguardo al convento di San Filippo d'Argirò " in Cinquefrondi sono poche. Particolarmente oscuro si presenta il periodo della sua prima fondazione. In proposito, appare fondamentale far riferimento alla figura del Santo cui il convento fu intitolato fin dall' inizio.

La vita di San Filippo ci è nota da due biografie, una attribuita al monaco Eusebio, l'altra ad Atanasio d'Alessandria. In entrambe Filippo viene presentato come un giovane virtuoso che si reca a Roma dal Vicino Oriente e, ordinato sacerdote, viene inviato dal Papa in Sicilia, ad Agira in provincia di Enna, per debellare i demoni. Compiuti molti miracoli, Filippo muore piamente e viene sepolto nella stessa Agira dove tuttora si conservano le sue spoglie. Le due vite discordano su alcuni punti che inducono incertezza sulle origini del Santo e sul periodo in cui visse. Eusebio, riferisce che egli proveniva dalla Tracia ed era nato sotto il regno dell'Imperatore Arcadio (395-408), da padre siriaco e madre romana; mentre Atanasio scrive che visse al tempo di Nerone, nel I sec. d.C., e nacque da genitori di Bethsaida, conterranei e parenti dell'Apostolo Pietro e che fu proprio San Pietro il Papa che lo inviò in Sicilia.

Tra le due versioni appare più plausibile quella riportata da Eusebio, poiché lo stesso San Filippo d'Argirò (o di Agira) viene anche ricordato come uno fra i primi e più zelanti seguaci e diffusori della Dottrina di San Basilio (329 - 379), di conseguenza deve aver vissuto in un periodo di poco posteriore.

Queste brevi riflessioni sulla figura del Santo si sono rese necessarie poiché fonti indirette nel tempo, hanno fatto riferimento, per la fondazione del monastero, ad un non meglio precisato soggiorno di San Filippo proprio nel territorio di Cinquefrondi durante il suo viaggio da Roma verso la Sicilia.

Ad esempio, P. Giovanni Fiore al riguardo riferisce che Cinquefrondi fu altresì famosa per “... la santa vita di 5. Filippo Argirò, dell'Ordine di 5. Basilio, menata nel monasterio del medesimo Sacro Ordine..." M.Guerrisi si contraddice nel dire che il convento di San Filippo fu costruito dopo la fuga dei Basiliani dalla Sicilia a partire dal VI sec. e allo stesso tempo che la sua fama è legata alla permanenza del Santo, eventualità improbabile dal momento che questi visse nel IV sec. d. C.; M. Varone sembra sostenere la tesi del passaggio di San Filippo da questi luoghi verso la metà del X sec. d.C., data palesemente in disaccordo con le notizie agiografiche sul Santo stesso. E’ molto probabile, invece, che il monastero di Cinquefrondi venne eretto da alcuni monaci basiliani provenienti dal grande monastero di San Filippo nella città di Agira in Sicilia, fuggiti a causa delle lotte che per tutto il IX secolo si susseguirono tra bizantini ed arabi per il possesso dell'isola che infine cadde in mano araba.

P. Orsi, pur non trattando in modo specifico del convento, riferisce che 'Prima che l'occupazione musulmana trapassando in Valdemone, facesse scomparire (verso il 960) il monastero di 5. Filippo d'Argira sulle pendici dell' Etna, ad occidente di Acireale, questa grande comunità basiliana, governata dall 'Igumeno Niceforo,fu una fucina di santità. Particolarmente ne é stata beneficiata la Calabria durante la seconda metà del X sec."

È bene ricordare che la Calabria, così come altre regioni del Meridione, fu interessata già a partire dalla fine del VI sec. dall'afflusso ascetico basiliano importato in queste terre da nuclei monastici che per varie ragioni, soprattutto le continue invasioni, si spostavano dalle regioni della penisola balcanica verso il mezzogiorno italiano. Tali flussi migratori si intensificarono notevolmente nel VII sec. poiché la conquista araba delle regioni del Medio Oriente sottoposte al dominio bizantino e la politica religiosa dell' Imperatore Eraclio (610 - 641), fautore dell'eresia monotelita, indussero molti monaci ad abbandonare le loro terre d'origine. Nella prima metà dell'VIII sec., come conseguenza dell'eresia iconoclasta sostenuta dall'Imperatore Leone III Isaurico (717-741), che abbattè in Oriente molti monasteri basiliani, nuove ondate di monaci ripararono nel sud Italia dirigendosi per lo più verso i possedimenti longobardi di Puglia e Campania poiché contemporaneamente anche la Calabria e la Sicilia furono sconvolte dalle persecuzioni e molti asceti che vi si erano stabiliti si videro costretti alla fuga.

L'attività mistica di alcuni monaci greci nella zona è testimoniata dalla presenza nei pressi del monastero, sul costone che scende quasi a strapiombo sull'alveo del torrente Sciarapotamo, di due grotte scavate nella roccia calcarea, probabilmente il primo luogo di rifugio e di raccoglimento ascetico dei religiosi prima della costruzione del convento, così descritte: "A circa duecento metri a Sud dei ruderi, situate in un pendio, vi sono due grotte scavate nel tufo, prima dimora dei monaci eremiti. Una di esse la più grande, quel/a che la tradizione vuole sia la grotta di San Filippo, è un piccolo vano rettangolare scavato con volta a botte nella parete di un burrone. Di fronte all'entrata una grande nicchia con una incavatura anch 'essa rettangolare che serviva per ospitare un 'immagine sacra. Sotto, ancora visibili, i resti di un altare. Ai bordi della nicchia centrale tracce di affreschi ormai perduti. Ai lati più lunghi altre due nicchie più piccole e sulla volta una cupole tta costruita a spirale con mattoni posti a taglio." (da un opuscolo del “Centro Studi Musappe”).

L'ascesi e l'eremitaggio, la conduzione di una vita solitaria e umile, erano pratiche usuali del monachesimo greco anche se gli ordinamenti, sia quelli di 5. Basilio di Cesarea che gli altri di 5. Teodoro Studita, prescrivevano comunque il lavoro manuale da esplicarsi in tutte le sue forme. Tali prescrizioni, più che negli eremi, cominciarono a trovare applicazione con la formazione, non tanto delle laure (raggruppamenti di capanne o grotte intorno ad una chiesetta comune a tutti gli asceti), quanto con l'istituzione di veri e propri cenobi in cui si viveva in comunità. Inizialmente, sulla scia della tradizione mediorientale, i cenobi vennero costruiti lontano dai centri abitati per poi progressivamente avvicinarvisi; questi luoghi pii spesso avevano intorno estensioni più o meno vaste di terreno coltivabile per rispondere ad alcune necessità materiali delle comunità religiose. In una fase successiva, all'aumento delle esigenze comunitarie corrispose un accrescimento dei possedimenti terrieri, frutto soprattutto di lasciti e donazioni. I cenobiti, divenuti grandi e potenti proprietari terrieri, cominciarono a servirsi di mano d'opera esterna alla comunità, generalmente fornita dalle popolazioni dei villaggi circostanti, così da stabilire un più diretto contatto tra i monaci e la società civile. Quest'ultima, non solo ne ricevette la benefica influenza, ma anche protezione poiché accadeva di frequente che le genti del circondario si rifugiassero spontaneamente al riparo dei grandi monasteri per sfuggire a pericoli imminenti quali le continue incursioni musulmane. Questa situazione portò in molti casi alla formazione di veri e propri nuclei abitati intorno al cenobio basiliano e non è raro, in tutto il Meridione, che i nomi di centri urbani attuali ripetano i titoli dei monasteri che presiedettero alla loro formazione.

Appare opportuno, a tal proposito, individuare quale possa essere la relazione che lega la presenza basiliana nella zona con il sorgere della cittadina di Cinquefrondi. Gli studi relativi alla nascita di Cinquefrondi, a parte la presunta fondazione locrese nata dall'interpretazione di un passo di Proclo , indirizzano l'attenzione verso la seconda metà del XIV sec.. Il nome del paese," Quinquefrondibus", appare per la prima volta in una lettera del 1394, sotto il pontificato di Bonifacio IX (1389 - 1404): "Al vescovo di Gerace, e all'abate del Monastero di S. Filippo di Gerace, ordina che concedano l'incarico di corriere a Domenico della Città di Cinquefrondi, laico autorlzzato, dalla Diocesi di Mileto. "Dato a Roma, presso S. Pietro, 26 Aprile, anno sesto". "Affinché non venga meno la memoria dei fatti " . Per quanto ci è stato tramandato dalle fonti letterarie esistenti, la cittadina venne fondata dal Conte di Gerace Antonio Caracciolo dopo aver acquisito il possesso della Baronia di San Giorgio ed aver comprato da Giordano d'Arena, intorno al 1365, col consenso della Regina Giovanna I, due villaggi: Mossuto e Capperano. Il Padre G. Marafioti, monaco Osservante di Polistena, riferisce che Cinquefrondi venne "riedificato dopo le rovine di Thuriano. nel tempo che gli Agareni e i Mori occuparono tutta la provincia insieme con Basilicata, e Puglia..." (8). Ma la tesi più accreditata è quella che il paese sia sorto dall'unione di alcuni villaggi preesistenti intitolati a diversi santi. I villaggi di 5. Pantaleone e 5. Elia si trovavano probabilmente nella odierna contrada Ventricoli; quello di 5. Demetrio è presumibilmente identificabile con Mossuto, mentre non appare certa la localizzazione di Capperano. Per quanto riguarda invece i villaggi di 5. Leonardo e 5. Lorenzo essi sono verosimilmente più tardi. Oltre a questi, il convento di San Filippo costituiva indubbiamente un influente centro di culto, per cui non sono da escludersi stretti rapporti tra il monastero e i luoghi pii dei casali circostanti. Infine, il villaggio di 5. Maria si sviluppò a seguito della fondazione del convento di 5. M. delle Grazie alla Ferrera eretto, per i Minori Osservanti, intorno al 1580 da Francesco Giffone, Signore di Cinquefrondi (9). Da quanto detto sopra, si deduce che nel periodo di piena attività del monastero retto dai basiliani, Cinquefrondi non esistesse ancora come singola entità urbana.

Non è dato sapere quando esattamente il monastero di San Filippo venne abbandonato dalla comunità religiosa di San Basilio. È probabile che i monaci siano stati costretti a fuggire a causa delle continue incursioni dei Saraceni che, dalla Sicilia, attaccarono le coste calabre e indussero le popolazioni a riversarsi verso l'interno, al riparo tra le montagne dell'Aspromonte, e molte comunità monastiche sul finire dell'XI sec. ad abbandonare la Calabria. Questa difficile situazione causò una battuta d'arresto nella diffusione dei monasteri nel territorio e li avviò lentamente verso il declino, nonostante il fatto che, nel XII sec., i nuovi dominatori Normanni avessero manifestato una certa simpatia nei confronti di questi insediamenti.

È verosimile che anche il convento di Cinquefrondi abbia tratto beneficio dalle favorevoli condizioni generali del tempo, ma le fonti dirette che testimoniano la vita dell' istituto religioso durante la dominazione normanna sono poche. D. Minuto riporta una notizia tratta dal Guillou (in La Théotokos de Haghia-Agathè (1050-1064/65)) riferendo che in una "donazione al vescovado di Oppido da parte di Maria, madre di Elpidio protospatario dei Varipodi, è menzionata fra l'altro una chiesa di S. Filippo"; la donazione risale agli anni 1054-1056 ed è il primo documento in cui compaia una chiesa intitolata a San Filippo. In altri due documenti riguardanti concessioni al monastero di San Bartolomeo di Trigonia (la prima da parte di Re Ruggero nel 1119-1120, la seconda da parte di Tancredi nel 1127-1128), vengono date alcune indicazioni geografiche riguardo i limiti di tali concessioni e vengono nominati rispettivamente nel primo scritto un " limes S. Philippi" e nell'altro una "via che veniva dal bosco di S. Filippo ". Si tratta di indicazioni comunque vaghe.

Scarsissime sono le notizie relative al periodo svevo. Nel 1221, accertata la decadenza dei basiliani, Papa Onorio III(1216 - 1227) sollecita una visita agli antichi cenobi; quello di San Filippo è incluso nella lista dei monasteri sottoposti a riforma, per la quale erano delegati il Vescovo di Crotone e l'Abate di Grottaferrata.

Nel 1276 il convento viene citato nei registri Angiomi abitato da quattro monaci soggetti a fisco, cioè al versamento della decima alla Diocesi, come di consueto a quei tempi.

Secondo alcuni autori il convento, verso la prima meta del XIV sec. venne occupato dai francescani.

A tal proposito, in un recente studio di F. Cannatà sul monastero di San Filippo d'Argirò, viene riportata un'informazione tratta dal Taccone -Gallucci, (Monografia della Città e Diocesi di Mileto), secondo la quale il convento venne occupato dai francescani, cioè da quell'Ordine dei Minori fondato da San Francesco d'Assisi nel 1208 ed approvato da Papa Onorio III nel 1223; mentre F. Albanese, individua nei Conventuali gli inquilini che abitarono il San Filippo di Cinquefrondi verso i primi del XIV sec. dopo l'abbandono da parte dei basiliani ed aggiunge che essi vi rimasero fino al 1380 circa, abbandonandolo in seguito a causa delle aspre lotte fra Angiomi, Durazzeschi e Aragonesi. Si tratta, in effetti, dello stesso ordine anche se entrambe le notizie non sono suffragate da alcuna fonte.

Il 1436 si può indicare come data probabile di ricostruzione del convento di Cinquefrondi sulla scorta di un documento redatto sotto il pontificato di Eugenio IV (1431 - 1447) e datato 5 Maggio 1436.

Parte del testo recita: Al Ministro Provinciale e ai Frati dell 'Ordine dei Minori della Provincia Calabra, si concede, che accettino volentieri una casa nel territorio di Cinquefrondi da tempo fonda ta e costruita per cause di guerre e di altre calamità affiiggenti quei luoghi per sessant 'anni e più abbandonata, ora di nuovo restaurata per opera del N.V Giovanni Caracciolo, Governatore di Gerace. Dato in Bologna nell'anno dell 'Incarnazione del Signore MCCCCXXXVI, 5 maggio anno VI (del Pontificato). Si richiede l'affetto della vostra promessa"

F. Cannatà riporta ulteriori elementi tratti dal testo del documento suddetto, di grande interesse è il brano in cui scrive: "Nel testo si descrive sommariamente il convento restaurato che doveva avere una chiesa con campanile, alcune zone destinate al lavoro ("officinis pro usu") ed altre per "l'habitatione" del guardiano e dei frati ".

Il documento solleva, comunque, alcune perplessità poiché non cita né il nome del Santo a cui la "casa" religiosa era intitolata né quale ordine monastico l'avesse abbandonata almeno sessant' anni prima.

A tal proposito ritorna alla mente la data del 1380 fornita dall'Albanese circa l'abbandono del monastero da parte dei Conventuali, ma d'altra parte il riferimento nel documento all'ordine dei Minori fa pensare che si tratti ancora una volta della famiglia francescana dei Conventuali, come del resto asserisce ancora P. F. Russo.

Per inciso, è noto che all'interno dell'Ordine fondato da San Francesco, mentre ancora si andava consolidando, scoppiarono i primi contrasti. I membri dell'Ordine si divisero in due fazioni: una intendeva adottare forme meno severe di vita comunitaria e prescindere dall'obbligo assoluto di povertà per rendere più facile lo sviluppo dell'Ordine stesso; l'altra invece intendeva uniformarsi alla lettera allo spirito della Regola lasciata dal fondatore. I contrasti si intensificarono quando, nel 1230, Papa Gregorio IX (1227 - 1241) concesse ai frati, detti in seguito "Conventuali", la possibilità di ricevere beni e di amministrarli per le loro necessità. Gli Osservanti, dal canto loro, a partire dalla seconda metà del XIV sec., si organizzarono nella riforma detta della "Regolare Osservanza", ottenendo nel 1415 dalla Santa Sede la facoltà di avere propri conventi e statuti. Nel 1446 Papa Eugenio IV concede loro l'autonomia anche se la scissione ufficiale tra i due rami dell'Ordine Francescano si ebbe nel 1517, sotto Papa Leone X (1513 - 1521), da allora gli Osservanti assunsero il titolo di Minori Osservanti.

I brevi cenni riportati riguardo ai francescani agevolano la comprensione delle vicende del convento di San Filippo durante il XV e XVI sec., poiché la confusione riscontrata nelle fonti è notevole.

Un'altra data, il 1445, si sottopone all'attenzione: a quell'anno risale un altro documento in cui si legge: "Si conferma l'erezione della casa di 5. Filippo in Cinquefrondi Diocesi di Mileto fondata da Franca d'Anoia in favore dei Frati dell 'Ordine Minore degli Osservanti" il quale ribadisce, quindi, l'effettiva autonomia della nuova famiglia francescana cui vennero attribuiti molti conventi prima appartenuti ai Conventuali, oltre naturalmente a confermare che in quell'anno la riedificazione del convento doveva essere completa. A proposito dei due ultimi documenti presi in considerazione, si rileva come una certa confusione venga fatta dal Fiore allorché scrive che l'edificio abbandonato dai basiliani venne .... indi ristorato a spese della Famiglia Anoii nel 1436, con Breve di Papa Eugenio IV" .

Nel 1496 il convento, per cause sconosciute, fu intitolato ai 5.5. Filippo e Giacomo, titolo che, presumibilmente, persistette a lungo.

Padre G. Marafioti, nella seconda metà del XVI sec., scriveva in proposito: "Lontano da questo Castello per ispatio di due miglia verso le montagne nelle radici dell 'Apennino è fabricata l'antica chiesa di 5. Filippo d'Argirò monasterio dell'Ordine di 5. Basilio, dove fiorirono anticamente molti Santi Padri; hoggi è monasterio del nostro ordine sotto '1 titolo di 5. Filippo, e-Giacomo; le cui entra te furono aggregate a quelle della Santissima Trinità di Mileto, e perciò si ritrova una scrittura nella Cattedrale di Tropea, nella quale ordina all 'Abbate della Santissima Trinità, che sebbene la Chiesa è stata da Monaci abbandonata, egli non di meno tenga pensiero di quella, e visiti diligentemente intorno alla celebrazione de'divini uffitij, e quando l'Abbate sarà rimesso in 5. Filippo, coi suoi Monaci, gli sia concessa la Chiesa in pacifica possessione. Ma di ciò non si fa conto, perché con papale concessione è posseduta da Monaci del nostro ordine" . Collocare cronologicamente le notizie riferite dal Marafioti appare alquanto difficile e la penuria di documenti non facilità il compito, poiché sarebbe necessario comprendere se si tratta di eventi contemporanei all'autore o riguardanti epoche precedenti al XVI sec.. Due labili conferme che possa trattarsi di avvenimenti accaduti nel corso dello stesso secolo provengono, l'una da un'annotazione che annovera il 5. Filippo Argirò di Cinquefrondi degli Osservanti nella "mappa dei monasteri e conventi diserti e soppressi nella Diocesi di Mileto " indicando la data del 1560; l'altra dal Minuto che riporta, per l'anno 1568, la notizia, ripresa dal Taccone - Gallucci, che "il card. Avalos di Aragona aggrega nella Cattedrale di Mileto, fra l'altro, un beneficio semplice di 5. Filippo Argirò'" .

All'inizio del XVI sec. il convento di San Filippo ebbe un ruolo importante nello sviluppo del movimento cappuccino in Calabria.

Quello dei Cappuccini fu un movimento di riforma che si sviluppò in seno all'Osservanza riprendendo l'idea di uno stato di perfezione che si richiamasse alla rigida e primitiva Regola francescana.

In Calabria ebbe inizio ad opera di due frati Osservanti reggini: Fra Ludovico Cumi e Fra Bemardino Molizzi detto il Giorgio. Essi ottennero dal Provinciale di Calabria tre conventi: 5. Francesco di Terranova di Oppido, 5. Sergio di Tropea e 5. Filippo di Cinquefrondi. I Cappuccini di Calabria, in un primo momento, assunsero il titolo di Recolletti o Colletti ed aumentarono così velocemente di numero, a discapito degli Osservanti, che il Provinciale dell'Ordine tolse loro i tre conventi precedentemente conferitigli e ridusse il numero dei frati.

Una lettera di Fra Ludovico, spedita dal convento di 5. Domenico in Filogaso, per Fra Bernardino e datata 18 Maggio 1532 attesta la presenza del nuovo Ordine nel San Filippo; almeno fino a questa data, vi si legge infatti:"date ordine che si vada a Cinquefrondi per li frati e per le lettere che si trovano ivi..." .

Alcuni sostengono, d'altra parte, che il convento ufficialmente rimase degli Osservanti e che quindi non fu mai convento dei Cappuccini.

Il 5. Filippo di Cinquefrondi è però ricordato anche in altre cronache cappuccine nelle quali viene spesso descritto come "luogo solitario, ritirato e povero" (24) dove si poteva condurre una vita umile, povera e aspra secondo i precetti della Regola francescana.

È probabile che nel corso del XVI sec. il Convento sia stato abbandonato per un breve periodo (forse a partire dal 1560) per poi essere ripristinato durante il pontificato di Gregorio XIII (1572-1585) e riconsegnato agli Osservanti; le varie fasi di questi passaggi e le cause che li determinarono non sono ben chiarite.

Nel 1596 un nuovo ordine vi s'insedia. Si tratta dell'Ordine dei Minori Riformati, nato ancora una volta all'interno dell'Osservanza che, secondo il Fiore, si affaccia in Italia verso il 1557; "...questi Riformati - egli scrive-...vissero da principio in luoghi separati, ma sotto l'ubbidienza de' Provinciali medesimi. Indi poi l'anno 1586 impetrarono d'esser governati da un proprio vicario Provinciale da eleggersi nel Capitolo degli Osservanti; e finalmente sotto Papa Urbano l'anno 1638 smembrati affatto dagli Osservanti...". Anche nella "mappa de 'monasteri esistenti nella Diocesi di Mileto" (26) viene riportato il convento di Cinquefrondi sotto il titolo di 5. Filippo D'Argirò abitato dai Riformati a partire dal 1596. Questa data compare in numerosi altri autori successivi che trattano dell'argomento. Il Fiore, nell'elenco dei monasteri dei Frati Minori Osservanti Riformati, indica il convento cinquefrondese sotto il titolo dei S.S. Filippo e Giacomo. Considerata l'epoca in cui il religioso scrisse, cioè all'incirca alla metà del XVII sec., si può dedurre che, probabilmente, per tutto questo secolo l'intitolazione ai due Apostoli venne mantenuta nonostante il passaggio del testimone dagli Osservanti ai Riformati.

Poche sono le notizie che riguardano il convento di San Filippo durante i secoli XVII e XVIII; è comunque certo il fatto che fosse ancora abitato

dai Padri Riformati che vi rimasero fino alla distruzione causata dal terremoto del 1783, anzi si ha notizia che quattro di loro perirono a causa del crollo.

Nei primi anni del '700, sotto Clemente XI (1700-1721), ne diviene Commendatario Tommaso Aceti del Barrio.

Dalla consultazione degli atti dei notai cinquefrondesi, relativi al periodo che va dagli ultimi anni del XVII sec. ai primi del XIX sec., custoditi nell'Archivio di Stato di Palmi, sono emersi pochi elementi interessanti, almeno sotto il punto di vista specifico della conoscenza della fabbrica, mentre abbastanza ben documentate risultano essere donazioni, lasciti e richieste di sepoltura che venivano rivolte al "Venerabile Convento di San Filippo ". Le donazioni e i lasciti riguardano, in quasi tutti i casi, somme di denaro per la celebrazione di messe in suffragio della propria anima o di quella di un congiunto, ed appezzamenti di terreno; solo in poche occasioni si tratta di edifici o parti di essi.

In tutti gli atti notarili consultati il titolo sotto cui viene registrato il convento è semplicemente quello di San Filippo (non è deducibile se esso venga utilizzato in luogo di quello più esteso dei "5.5. Filippo e Giacomo", o sott' intendendo "d'Argirò"); il nome del Santo basiliano compare esplicitarnente solo in un documento in cui lo stesso Abate Tommaso Aceti, è indicato come beneficiario di un .... beneficio semplice di San Filippo d'Ajrò, cappella eretta nella Chiesa Arcipretale della medesima (città)..." . Da altri due documenti si ha notizia di alcune richieste di sepoltura nella Chiesa del convento, in un caso 'prop (ri) o nell'altare di 5. Pascale", nell'altro in "una sepoltura avanti la Cappella di San Pasquale" preesistente. È chiaro che i termini altare e cappella, in questo caso, indicano entrambi uno spazio ristretto all'interno della chiesa occupato da un altare dedicato a quel santo che forma una sorta di cappelletta votiva nella navata dell'edificio religioso.

Tutti i documenti reperiti sono riferibili al periodo che va dal 1735 al 1760 e sono comunque testimonianze non prive d'interesse per ricostruire l'attività amministrativa dei Procuratori che si susseguirono alla cura degli interessi del convento.

La consultazione dei pochi documenti relativi al convento conservati all'Archivio Storico Diocesano di Mileto, ha permesso di constatare che dopo la distruzione causata dal terribile terremoto del 1783, il "flagello", - come viene ricordato dalle fonti - che sconvolse la Calabria Ultra, i Padri Riformati tomarono ad abitare il "diruto convento di San Filippo" quando questo venne ripristinato dopo la soppressione subita da molti luoghi pii all'indomani del sisma. Si trattava, ad ogni modo, di un numero esiguo di religiosi, poiché molti morirono e tanti altri si secolarizzarono, disertando la vita monacale.

Per la ricostruzione nelle zone colpite dal terremoto, nel Regno delle Due Sicilie venne istituita, sotto Ferdinando IV di Borbone, la cosidetta Cassa Sacra che incamerò i beni e le rendite degli Enti Religiosi e Luoghi Pii che erano stati soppressi. Anche i beni del convento di San Filippo, dopo la soppressione, ebbero la stessa sorte e l'Istituto, restituito ai religiosi nel 1800, non aveva "rendita alcuna, eccetto l'oblaz (ion) e de 'Fedeli". In alcuni dei documenti consultati si fa riferimento a queste vicende, in essi i monaci chiedono la restituzione dell'orto e del boschetto del convento "...censuiti in tempo della Cassa Sagra..." . In un altro si dice che "aveva d (ett) o Convento due campane (per) uso della Chiesa, le stesse con violenza fùrono rubate dalla gente del Casale di Giffone" e se ne chiede la restituzione; questo documento, come alcuni altri, fu redatto nel convento stesso, come si legge in calce, e confermato con l'apposizione del sigillo dell'istituto pio. Più volte, in queste testimonianze, compaiono i nomi, la provenienza e la carica rivestita nella comunità religiosa dei pochi frati che lo ripopolarono.

Molti conventi calabresi, dopo il terremoto, vennero ricostruiti a spese della popolazione dei rispettivi paesi in cui si trovavano, soprattutto per il bene spirituale che essi da sempre arrecavano. Non fu così per il convento di San Filippo, non perché non splendesse delle glorie passate, ma forse semplicemente per le estreme condizioni di disagio e povertà in cui si trovavano i cinquefrondesi, a dir poco decimati dal "flagello" che fece più di mille vittime nella cittadina. I monaci, probabilmente, si arrangiarono nei pochi ambienti ancora fruibili dopo il crollo e costruirono qualche misera capanna a ridosso degli imponenti ruderi del loro convento.

Infine, si osserva come in alcuni di questi documenti si attesti l'intitolazione del convento a "San Filippo d'Argirò", per cui, in base a quanto detto in proposito, forse si può concludere che in alcuni momenti di vita del convento le due dediche a San Filippo d'Argirò e ai S.S. Filippo e Giacomo coesistettero, probabilmente la seconda come titolo ufficiale, ma la prima consacrata dalla memoria che sempre ne serbarono le genti del luogo. La data più tarda, relativa al convento, rilevata tramite le fonti documentarie è il 1808, si può quindi presumere che, se non nello stesso anno, di lì a poco anche il convento di San Filippo fu vittima dei Decreti di soppressione emanati dal Regime Napoleonico che vennero applicati gradualmente a partire dal 1807 fino alla totale soppressione di tutti gli Ordini Religiosi e dei loro istituti decretata nel 1811.

Secondo la tradizione, provengono dal convento di San Filippo: una statua marmorea raffigurante 5. Stefano e un Crocefisso ligneo, conservati entrambi nella Chiesa Matrice di Cinquefrondi; un altro Crocefisso ligneo e una statua di San Pasquale in legno, custoditi nella Chiesa del Carmine.


Qualche tempo addietro, la Facoltà di Architettura dell'Università di Reggio Calabria, corso di Laurea in "Storia e conservazione dei beni architettonici ed ambientali", ha promosso alcuni stages di restauro, con il fine specifico di coniugare la ricerca e la formazione con la valorizzazione del territorio e delle risorse esistenti.

In collaborazione con l'Amministrazione Comunale, uno degli stages ha riguardato il "Convento di San Filippo d'Argirò". Un folto gruppo di studenti ha soggiornato in Cinquefrondi effettuando tutte le ricerche storiche ed i rilievi tecnici volti alla predisposizione di un progetto di conservazione attraverso interventi di consolidamento e restauro.

Attingendo a fonti locali, a precedenti studi frammentari sul Convento ed a ricerche certosine effettuate dagli studenti stagisti in tutti gli archivi consultabili, è stata ricostruita la storia del Convento che pare opportuno riportare integralmente in favore di chiunque abbia interesse verso la nostra storia e le nostre origini.

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